La scuola pubblica, madre o matrigna degli studenti con disabilità?

Testo estratto dal blog InVisibili

L’anno della maturità è quello in cui tutti i ragazzi attrezzano sogni e li riempiono di un potere sfacciato. Dopo gli esami, faranno i conti con la vita da adulti e non sempre potranno frequenterare l’università. Impegnarli sarà un problema perché il mondo del lavoro, oltre che avaro di occasioni, è spesso avaro di solidarietà. Un mondo occupato in gran parte da persone di mezza età non può essere accogliente per un diciannovenne; a tratti è cinico con chi è disorientato, a maggior ragione se ha una disabilità cognitivo-relazionale e non è in grado di rappresentare se stesso.

A questo pensavo nei primi giorni di giugno, gli ultimi di scuola, mentre con il professore di sostegno ponevamo le fondamenta per il nuovo e ultimo anno scolastico di mio figlio, per accompagnarlo fuori dalla scuola senza abbandonarlo. A fine agosto, con una telefonata – voce affranta e tanto coraggio – il professore mi ha informato che non avrebbe accompagnato il suo alunno per alcuni mesi: un infortunio lo stava costringendo a un lungo ricovero ospedaliero.

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