Piccolo manuale dell’imperfetto caregiver

Testo pubblicato da www.superando.it e qui ripreso per gentile concessione

Giunto all’età nella quale mangiare, bere, dormire e andare ragionevolmente di corpo – il tutto senza troppe complicazioni e farmaci – rappresenta il massimo del possibile, se qualcuno mi chiedesse, in una sorta di “giudizio universale privato”, cosa ho fatto di buono nella mia vita, potrei salvarmi in corner, dicendo: «Ho fatto il caregiver», confidando a quel punto di essere assolto da ogni umana mancanza.

Come tutte le carriere, anche quella di caregiver ha un inizio preciso, per me individuabile nella nascita della mia seconda figlia. A dire il vero sarebbe necessario spostare la data in avanti di alcuni mesi, perché la malattia rara da cui è affetta si palesò lentamente e subdolamente.
Ad oggi ho maturato trent’anni di anzianità inutili ai fini pensionistici, perché il caregiver non gode di previdenza pensionistica e anche perché da caregiver non si va mai in pensione!

A dire il vero più che caregiver dovrei definirmi “co-caregiver”, svolgendo mia moglie la metà abbondante della prestazione assistenziale, relegando la mia attività nelle ore notturne a mo’ di pipistrello.

La notte porta consiglio, direte voi, ma soprattutto la notte, se si è svegli, lascia tempo per pensare e il troppo pensare a volte intristisce e induce a depressione, per cui è meglio scrivere, esercizio che catarticamente libera da ogni pena.
I greci, maestri di filosofia, andavano a teatro per vedere qualche bel drammone ricco di parricidi e di incesti e, terminato lo spettacolo, se ne tornavano a casa con animo lieve.

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