Lavoratori con sindrome di Down: da assistiti a contribuenti

Secondo un’indagine condotta lo scorso anno su 51 delle proprie Sezioni dall’AIPD (Associazione Italiana Persone Down), su 1.374 persone con sindrome di Down maggiorenni aderenti alla rete, solo 168 (circa il 12%) lavoravano con un regolare contratto.

Per tentare dunque di rispondere a questa complicata situazione, creando lavoro attraverso la formazione di operatori specializzati negli inserimenti lavorativi, aumentando al tempo stesso la consapevolezza delle persone con sindrome di Down sulle proprie potenzialità di futuri lavoratori, nonché sensibilizzando le aziende presenti sul territorio, l’AIPD ha lanciato in questi giorni il nuovo progetto della durata di dodici mesi, denominato Lavoratori con sindrome di Down: da assistiti a contribuenti, che si avvale del supporto economico del Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio.

L’iniziativa coinvolgerà esattamente 9 operatori, 18 persone con sindrome di Down e le loro famiglie, afferenti a 9 Sezioni AIPD (Belluno, Cosenza, Frosinone, Grosseto, Latina, Oristano, Potenza, Roma e Vulture) di 6 diverse Regioni (Basilicata, Calabria, Lazio, Sardegna, Toscana e Veneto).

Nel dettaglio sono previste azioni di consulenza, informazione e formazione in presenza (incontri di formazione per familiari; percorsi di orientamento e formazione per giovani con sindrome di Down) e a distanza (tramite corso online e telefono); iniziative di sensibilizzazione del mondo aziendale/istituzionale; monitoraggio e tutoraggio in situazione; avvio di nuovi Servizi di Inserimento Lavorativo (SIL) presso le Sezioni AIPD che ne siano sprovviste.

«Tali azioni – spiega Monica Berarducci, responsabile dell’Osservatorio sul Mondo del Lavoro dell’AIPD Nazionale – coinvolgeranno direttamente le organizzazioni partecipanti, rendendole protagoniste, con l’obiettivo di scardinare il pregiudizio che consiste nel pensare che l’inserimento lavorativo delle persone con sindrome Down sia solo un’opportunità “occupazionale” o terapeutica, e quindi un “peso” per l’impresa e non un contributo alla produttività aziendale».

«Riteniamo molto importante – aggiunge – anche il lavoro sulle famiglie, che per prime concepiscono ancora il proprio figlio come un bambino o il suo inserimento lavorativo come un modo per occupare il “tempo”, con un atteggiamento assistenziale e iperprotettivo che limita l’acquisizione dell’identità adulta/lavorativa e l’emancipazione in generale».

Testo pubblicato da www.superando.it e qui ripreso per gentile concessione