Sensuability, con ironia. Ma abbattere gli stereotipi sulla sessualità è una cosa seria

Il rapporto tra sessualità è disabilità è ancora un tabù? Se ne parla molto in questo periodo ma non sempre in maniera appropriata. Rai3 con «Il corpo dell’amore», una serie di quattro brevi film di cui abbiamo abbondantemente parlato qui sul blog lo ha fatto in un modo corretto e rispettoso, mostrando l’impegno e la bravura dei registi Pietro Balla e Monica Repetto nel cimentarsi, da persone senza disabilità, in un tema di per sé delicatissimo e comunque difficile da rappresentare.

Ma c’è uno sguardo diverso sulla questione che è quello di Armanda Salvucci che con una disabilità convive dalla nascita. È lei l’ideatrice di un progetto ambizioso che serve a raccogliere fondi con l’obiettivo finale della realizzazione di un mockumentary che, attraverso un linguaggio ironico e leggero abbatta gli stereotipi che colpiscono sia la condizione di disabilità che la sessualità.

Il progetto si chiama «Sensuability: ti ha detto niente la mamma?» In una prima fase è stato prodotto un corto finanziato con una raccolta fondi. Con la seconda fase, è stata presentata una mostra collettiva di fumetti d’autore che è tuttora in corso a Roma presso la Sala Tormenti della Casa del Cinema fino al 10 Settembre, e che raccoglie tavole e disegni selezionati attraverso un concorso di grande successo che si è svolto nei mesi scorsi. La presidenza della commissione selezionatrice è stata affidata a Milo Manara che ha anche regalato una sua opera alla Mostra. Lo stesso hanno fatto altri artisti tra cui Fabio Magnasciutti, Mauro Biani, Frida Castelli, Pietro Vanessi, Luca Enoc, Frad, Luca Modesti, Marco Gava Gavagnin.

Il corto, che ha inaugurato la Mostra il 5 Luglio, presenta tre scene di cui è protagonista la stessa Salvucci e propone tre situazioni tipo in cui le scorrettezze sono tanto palesi e comuni quanto volgari. La prima scena si svolge al ristorante dove, finito di mangiare, la protagonista si alza da tavola provocando l’ilarità sguaiata dei suoi vicini di tavolo che a causa della sua bassa statura si chiedono se sia arrivato il circo. Nella seconda scena la protagonista mostra a una coppia di amici la propria casa: il letto oversize suscita la domanda «ma… a che ti serve?». La terza scena è girata a bordo piscina durante una festa molto esclusiva in cui al passaggio della protagonista in abito lungo e stampelle, due ragazze criticano “il livello” della festa che ritengono basso per la presenza di un’ospite importante ma disabile. In tutti e tre i casi la protagonista medita vendette esagerate ed esilaranti ma alla fine decide di prendere in mano la situazione: sarà la regista di un film (come lo è della sua vita) con una boutade finale che spiazza e neutralizza la pesantezza e la volgarità di un appiattimento sugli stereotipi che oggi definiscono chi o cosa sia di successo, e viceversa.

«La sessualità è parte integrante della personalità per questo non può essere separata dagli altri aspetti della vita» spiega Armanda Salvucci che, con una laurea in lingue, lavora nel Terzo Settore occupandosi professionalmente di comunicazione e fundraising  per grandi organizzazioni non profit. È anche diplomata  in counseling con la specializzazione su disabilità e sessualità; è infine presidente dell’Associazione di promozione sociale NessunoTocchiMario.

Quello dell’ironia è un linguaggio sottile che si contrappone alla banalità grossolana della certezza degli stereotipi: «Di solito  – aggiunge – la rappresentazione delle persone con disabilità, nei comics come nella pubblicità e nei media in generale oscilla tra due estremi: la vittima e, per reazione, l’eroe. Per cambiare questa narrazione abbiamo scelto l’arte, e il fumetto in particolare, perché ci dà modo di definire un nuovo immaginario erotico in cui, con leggerezza, emerga la sensualità dei corpi imperfetti.

«Gli stereotipi da abbattere sono tanti sia nell’ambito della sessualità che in quello della disabilità. Nell’immaginario collettivo i desideri delle persone disabili si fermerebbero sulla soglia di una non meglio definita affettività. Il tutto in un contesto sociale in cui la sessualità è totalmente piegata all’essere giovani e belli, come se non esistesse “la chimica” che accende l’attrazione a prescindere dalle forme, dalle misure, dagli atteggiamenti e dalla volontà».

Lo sapevano bene negli anni ’70 quando nacquero i primi dibattiti pubblici sulla sessualità delle persone disabili. Una testimonianza per tutte è quella di Rosanna Benzi, vissuta per trent’anni in un polmone d’acciaio, che non fece mistero della sua storia d’amore e del desiderio di maternità, che per prima parlò dell’identità femminile delle donne disabili anche in chiave ideologica.

Sembra strano ma oggi per le persone disabili parlare della propria sessualità è ancora imbarazzante, forse perché più di altre sentono addosso il giudizio sul proprio corpo e il valore di una personalità strutturata è secondario. Eppure negli anni ’60 /’70 del ‘900 non era strano né raro vedere in coppia persone che avevano subito amputazioni per incidenti sul lavoro o a causa dei residuati bellici, mutilati di guerra, chi portava gli esiti della polio e persone cieche. Cinquant’anni dopo c’è una maggiore consapevolezza della condizione di disabilità ma anche un maggiore cinismo, forse perché si è perduto senso della comunità.

Una denuncia forte va ribadita contro il mancato abbattimento delle barriere architettoniche, quelle che limitano pesantemente la vita sociale delle perone con disabilità. È difficilissimo se non impossibile prendere un mezzo pubblico, frequentare ristoranti, cinema, teatri, siti archeologici, musei, luoghi pubblici in generale; e ancora scuole, università, ospedali, farmacie e studi medici. Difficile acquistare un’auto adattata alle esigenze personali dei guidatori se non a prezzi impossibili. Difficile (per tutti) avere un lavoro, impossibile – quando c’è- trasferirsi fuori sede (com’è successo a molti insegnanti) se le case non sono a norma.

«È l’ignoranza – dice Salvucci – a creare la paura della disabilità in chi non ne ha. La stessa cosa vale per chi è disabile e non si coltiva convinto com’è che non può pretendere nulla, non può scegliere, non ha diritto. Non esiste il diritto all’amore perché nessuno può piegare alle proprie esigenze il consenso di un altro; esiste l’esigenza di amare ed essere amati che va ascoltata e coltivata. Piacersi e piacere, diventare il miglior se stesso possibile è il dettato che da sempre ci accompagna tutti, indistintamente. È la conoscenza che ci dà li diritto di scegliere».

Per questo, secondo Armanda Salvucci, il prof. Quattrini, psicoterapeuta, sessuologo e presidente dell’Istituto Italiana di Sessuologia Scientifica, sta conducendo un lavoro importante studiando quale possa essere il modello italiano di assistente sessuale. In Italia la figura sarebbe più complessa di quella che agisce in altri Paesi europei: più che di un operatore sessuale che esaudisce i desideri dell’assistito, si tratterà di un operatore all’Emotività, all’Affettività e alla Sessualità (OEAS) con scopi pedagogici, di ascolto, di supporto, di aiuto perché cresca la consapevolezza e la conoscenza di sé delle persone con disabilità. Una figura rivolta anche alle famiglie degli assistiti con disabilità cognitiva o che si trovino nell’impossibilità di usare gli arti, per la gestione del loro benessere psicofisico, senza rapporti sessuali (non sono previsti nel protocollo di intervento), che il Comitato LoveGiver sta portando avanti da anni.

Nella realtà, lentamente, a macchia di leopardo, qualcosa si muove ma finché non saranno sradicati gli stereotipi sulla sessualità e sulla disabilità, ben vengano iniziative di livello che ci fanno riflettere con un sorriso.

Testo pubblicato da InVisibili