Covid-19 e Sindrome di Down, mortalità fino a 10 volte più alta

«La prevalenza di persone con Sindrome di Down nel nostro campione è stata dello 0,5%. Questo porta a una stima di 100-130 individui con SD deceduti con CoVID-19 in Italia fino all’11 giugno scorso. La prevalenza di SD nella popolazione generale italiana è circa lo 0,05%, suggerendo che la mortalità da CoVID-19 in questa popolazione potrebbe essere fino a 10 volte maggiore della popolazione generale», spiega Graziano Onder.

A inizio marzo, un 38enne della provincia di Brescia è stato la più giovane vittima italiana del coronavirus: era una persona con disabilità. Nei mesi si sono susseguite le denunce e gli appelli: le persone con disabilità sono state dimenticate nell’emergenza sanitaria. Ora uno studio congiunto dell’Istituto Superiore di Sanità e Università Cattolica di Roma dice che la mortalità per CoVID-19 tra le persone con Sindrome di Down (SD) potrebbe essere stata fino a 10 volte maggiore rispetto a quella della popolazione generale. Le persone adulte con SD «rappresentano una popolazione fragile e vulnerabile alle infezioni e pertanto da tutelare con estrema attenzione in questa fase epidemica», sottolinea Emanuele Rocco Villani, dottorando di ricerca in Scienze dell’invecchiamento all’Università Cattolica e primo autore della ricerca. «Le persone con SD rientrano dunque nella fascia di popolazione per cui l’accesso al vaccino per SARS-COV2 dovrà essere prioritario, nel momento in cui esso sarà finalmente disponibile».

I ricercatori dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), insieme a quelli dell’Università Cattolic hanno analizzato 3.438 grafici, elaborati dallo stesso ISS dal 22 febbraio 2020 all’11 giugno 2020, identificando 16 persone con SD decedute. Si tratta di persone più giovani rispetto a quelle senza SD decedute con CoVID-19: 52 anni contro i 78 che è l’età media delle vittime del CoVID-19, in proporzioni simili tra uomini e donne (femmine 38% vs maschi 33%), con malattie autoimmuni come tiroidite di Hashimoto e psoriasi (44% vs. 4%), l’obesità (38% vs. 11%), e la demenza (38% vs. 16%) significativamente più diffuse negli individui con SD. Queste condizioni sono noti fattori di rischio, in quanto associate ad uno stato proinfiammatorio, che sembra avere un ruolo nell’insorgenza di gravi complicazioni di CoVID-19. Tutti e 16 i soggetti inoltre hanno sviluppato, come complicanza, la sindrome da distress respiratorio e con un rischio maggiore di complicanze non respiratorie come sepsi (31% vs. 13%).

Lo studio è stato pubblicato sull’American Journal of Medical Genetics ed è in linea con le conclusioni di un altro studio retrospettivo condotto negli Stati Uniti sui pazienti ospedalizzati con CoVID-19, che ha rilevato un aumento di nove volte la percentuale prevista di pazienti con SD ospedalizzati rispetto alla popolazione generale.

«La prevalenza di persone con Sindrome di Down nel nostro campione è stata dello 0,5% (16 individui). Questo porta ad una stima di 100-130 individui con SD deceduti con CoVID-19 in Italia fino all’11 giugno scorso. La prevalenza di SD nella popolazione generale italiana è circa lo 0,05%, suggerendo che la mortalità da CoVID-19 in questa popolazione potrebbe essere fino a 10 volte maggiore della popolazione generale», spiega Graziano Onder, direttore del Dipartimento di malattie cardiovascolari, endocrino-metaboliche e dell’invecchiamento dell’ISS. «Questi pazienti sono più suscettibili alle infezioni, sperimentano l’invecchiamento precoce di più organi e sistemi, sviluppano un ampio spettro di co-morbidità, comprese endocrinopatie, malattie neurologiche, reumatiche, muscolo-scheletriche. Inoltre, presentano spesso diverse anomalie anatomiche delle vie aeree superiori che aumentano la probabilità di ostruzione delle medesime vie aeree, una condizione che può predisporre all’ipertensione polmonare, che a sua volta può aumentare la gravità dell’infezione da CoVID-19».

Relativamente alla terapia farmacologica, la prescrizione di antibiotici (81% e 86%, rispettivamente), antivirali/antimalarici (63% e 60%, rispettivamente) e tocilizumab (6% vs. 4%) è stata simile in entrambi i gruppi, mentre l’uso di steroidi sistemici era più prevalente tra gli individui con SD (75% vs. 38%).

Testo estratto da VITA

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