Un’indagine rivolta a chi combatte una doppia dose di stereotipi e pregiudizi

indagine«Come vivono la propria sessualità le persone LGBTQIA+ con una disabilità, quelle persone che devono far fronte a un doppio lavoro per accettarsi e rivendicare il proprio posto nella società civile, combattendo contro una doppia dose di stereotipi e pregiudizi?»: è sostanzialmente questa la domanda cui intende rispondere la ricerca promossa nel web tramite un agile questionario rigorosamente anonimo, da parte di un attivista per i diritti delle persone con disabilità e delle persone LGBTQIA+. L’auspicio è che siano in tanti e tante a collaborare all’indagine.

Già in varie occasioni ci siamo occupati sulle nostre pagine delle intersezioni tra disabilità e comunità LGBTQIA+ (ove tale acronimo sta per persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer, intersesessuali, asessuali e, più in generale, tutte quelle persone che non si sentono pienamente rappresentate sotto l’etichetta di donna o uomo eterosessuale), come si può vedere anche dall’elenco di contributi qui a fianco riportati. Abbiamo inoltre dato ampio spazio, a suo tempo, al progetto della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap) denominato Disabilità: la discriminazione non si somma, si moltiplica – Azioni e strumenti innovativi per riconoscere e contrastare le discriminazioni multiple, che aveva dedicato una sezione specifica al tema Persone LGBT+ con disabilità.
Ben volentieri, dunque, ci occupiamo oggi di un’interessante lavoro di indagine promosso di propria iniziativa da Simoneattivista per i diritti delle persone con disabilità e delle persone LGBTQIA+, condotto in prima battuta attraverso i suoi canali e rete di conoscenze, con il principale obiettivo di rispondere al quesito «come vivono la propria sessualità le persone LGBTQIA+ con una disabilità?».

«Secondo la ricerca del 2007 Abili di cuore. Omo-disabilità: quale rapporto tra omosessualità e disabilità?, condotta da Priscilla Berardi per Arcigay [se ne legga anche sulle nostre pagine, N.d.R.], la compresenza di omosessualità e disabilità impone difficoltà pratiche e relazionali in tutti gli àmbiti della vita quotidiana. In particolare, il rapporto con la famiglia rispetto alla disabilità e il grado di conoscenza e accettazione dell’omosessualità influenzano fortemente l’autonomia e l’accettazione di sé. Spesso, infatti, la dipendenza fisica ed economica dagli altri frena dal dichiararsi e dal vivere serenamente la propria sessualità e in ogni caso, laddove una persona riesca ad essere autonoma, il problema dell’accettazione continua comunque, a causa di vari stereotipi e pregiudizi. Sono in molti, dunque, a lamentare discriminazione, disinteresse e distacco dal mondo omosessuale, a causa della propria disabilità, oltre che una generica mancanza di occasioni di incontro, per vivere la propria sessualità e affettività».
«Ho lanciato pertanto questa indagine – prosegue Simone – per capire come viene vissuta la sessualità da chi ha una disabilità e appartiene a un’ulteriore categoria marginalizzata, la comunità LGBTQIA+, con il presupposto che a causa della molteplice discriminazione cui queste persone sono sottoposte, esse debbano far fronte ad un doppio lavoro per accettarsi, rivendicare il proprio posto nella società civile e combattere contro una doppia dose di stereotipi e pregiudizi. Il mio obiettivo è raccogliere più dati possibili, per avere una prima fotografia dello stato delle cose, e farlo dando direttamente la parola a chi, causa doppio stigma e “invisibilizzazione”, fatica a farsi ascoltare o è spinto al silenzio. E mi riferisco in particolar modo alle persone trans, dalle quali arrivano pochissime informazioni scientifiche o informazioni pressoché aneddotiche».

Basata quindi su un agile questionario nel web rigorosamente anonimo e di rapida compilazione (raggiungibile a questo link), la ricerca si compone di tre sezioni, ovvero Visibilità e coming outSessualità e identità, Relazioni e affettività. «Dopo una prima valutazione quantitativa dei dati raccolti – conclude Simone – in un secondo momento si potrebbe passare ad una raccolta di tipo più qualitativo, portando quindi un ulteriore contributo nel colmare una mancanza di informazioni e ricerche scientifiche, che quando ci sono iniziano ormai ad essere obsolete».

Testo pubblicato da Superando.it e qui ripreso per gentile concessione

Pubblicità